La pazienza

Avevo sempre pensato alla pazienza come a una forma di resa, un'attesa passiva che le cose accadessero. 

La mia vita, prima, era una corsa. Ero abituato a risolvere problemi, a forzare soluzioni, a piegare la realtà alla mia volontà. 

Poi, è arrivato il Parkinson.

La malattia, all'inizio, divenne il mio nuovo progetto: un problema da risolvere, un nemico da combattere. Ogni tremore era un'insurrezione da sedare, ogni lentezza un'inefficienza da correggere. 

Impiegavo energie smisurate in questa guerra quotidiana, finendo ogni sera sfiancato e furioso. 

Stavo combattendo contro il tempo, ma il tempo, beffardo, sembrava accelerare il mio declino e rallentare solo i miei movimenti.

Un giorno mi ricordai delle parole di un vecchio giardiniere: "Non puoi costringere una pianta a crescere più in fretta. Puoi solo darle la terra giusta, l'acqua e la luce. Al resto, pensa lei."

Fu un'illuminazione. E se il Parkinson non fosse un nemico da sconfiggere, ma una "terra" diversa in cui dovevo imparare a vivere?

Smisi di combattere. Iniziai ad ascoltare. La pazienza si trasformò da attesa passiva a osservazione attiva. 

Osservavo il mio corpo, ne capivo i ritmi, ne anticipavo i bisogni. 

Il Parkinson era ancora lì, un compagno di viaggio inseparabile, ma non era più il protagonista della mia storia. Il protagonista ero io

La pazienza non ti guarisce, ma ti permette di imparare a governare il proprio tempo, un respiro alla volta. 

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