Inverno: l'alibi di ferro

L'inverno è la stagione in cui il mio Parkinson si rivela un alleato insospettabile.

Il palcoscenico sono le feste infinite, tra parenti e amici. Dopo tre giorni di sorrisi di circostanza, chiacchiere e cibo, l'apatia mi divora. 

È una noia mortale, un vuoto che esige di essere riempito da un gesto qualunque, anche insensato.

Ed è allora che la mia mano destra entra in azione. Si contrae a cucchiaino, scende sulla zona inguinale e inizia a scuotere i pantaloni. 

Ma attenzione, qui sta il punto: non è uno spasmo, non è il mio "coinquilino". 

Quella è la mia volontà. 

Un piccolo, silenzioso atto di ribellione contro il torpore generale. Se vengo scoperto, l'imbarazzo potrebbe essere devastante. 

Ma è qui che entra in gioco la mia vera strategia, il mio capolavoro di astuzia.

Tutti conoscono la mia mano sinistra, quella "colpita", la traditrice ufficiale su cui ricade sempre la colpa. 

Lei è il mio alibi di ferro. Basta un suo tremore ben piazzato per deviare ogni sospetto dal gesto volontario della destra.

"Ah, poverino, è la malattia", penseranno tutti. E il gioco è fatto.

In questo modo, non è il Parkinson a muovere la mia mano; è il Parkinson a darmi il permesso di muoverla. 

È la maschera perfetta, il lasciapassare per un piccolo, innocuo atto di anarchia sociale, l'unica scossa in un mare di apatia.

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